Arrangiare bene

Arrangiare. Il termine inglese indica il mettere in ordine, organizzare e pianificare qualcosa. In italiano, suona subito come un agire approssimativo, raffazzonato, fatto senza una vera cognizione di causa, come quando un compito è affidato ad un abusivo privo di licenza. Dall’interpretazione che vige nell’accezione popolare – così al limite del dispregiativo – si spiega come mai il pubblico generale, quelli che di musica assimilano qualche terminologia senza saperne il vero significato, parla di “arrangiamento” senza avere idea del lavoro scientifico che ne sta alla base, del processo di decisioni, dell’esercizio del dubbio che vive l’arrangiatore nel compimento della propria missione.

Anticamente, fino alla fine degli anni ’60, quando tra musicisti si parlava di arrangiatori si facevano i nomi di Henry Mancini, Quincy Jones, Eumir Deodato, Gil Evans, Gary McFarland. C’erano i re dell’easy listening come Don Sebesky, e gli irrequieti delle doppie diminuite come Thad Jones. Nel pop italiano, Ennio Morricone arrangiava brani come Sapore di Sale; mentre in Inghilterra George Martin si occupava, con qualche soddisfazione, dei Beatles.

Il livello di sapienza degli arrangiatori degli anni ’50 e ’60 era alto. Un arrangiatore doveva essere abbastanza ferrato in composizione da saper individuare al volo le possibilità di arricchimento armonico di un brano, le sue potenzialità ritmiche, e correggere i rituali errori commessi dagli autori.
Poi, a volte in combutta con il produttore, doveva trovare la chiave per rendere il pezzo unico per originalità, o allinearlo alle mode correnti, o edulcorarlo smussandone gli angoli.

Che si fa? Lo facciamo a bossa? Surf? Motown? Quanto spazio diamo allo strumentale e dove rientra il cantante? Prima del chorus mettiamo uno stop o andiamo avanti dritti? Vogliamo modulare al terzo ritornello? E se sì perchè?

Il rapporto tra l’autore e l’arrangiatore è simile a quello tra il peccatore e il parroco. Con la sola differenza che i due musicisti non parlano, almeno di solito, attraverso una tenda. È basato sulla fede, perchè all’autore – per essere sereno – non basta sapere che il suo interlocutore è bravo: deve ritenerlo animato da qualcosa di superiore, da una missione quasi esoterica; protetto da una forza divina, paziente di fronte ad ogni ostacolo.
Ma questo è già parlare di un rapporto riuscito tra i due; per ottenerlo, bisogna effettuare dei passaggi obbligati.

Il primo scoglio da superare è la diffidenza: l’autore infatti vede l’arrangiatore come un presuntuoso sbruffone che crede di poter migliorare una cosa che egli ritiene già perfetta, ovvero la sua canzone. A meno che non sia preceduto da referenze straordinarie, l’arrangiatore è anche percepito come un paria della musica, uno che non ha il coraggio di esporsi in prima persona o, nel migliore dei casi, un mercenario al soldo delle multinazionali.
L’arrangiatore, dal canto suo, deve accettare la semplicità armonica della musica proposta senza mai scalpitare verso soluzioni sapienti, verso svolazzi appresi da lunghi studi. Deve rinunciare alla tentazione di mostrare la propria bravura fine a se stessa, perchè non è di lui che si tratta bensì dell’autore. Deve comprendere anche le parole dell’autore, immedesimarsi in lui, e non solo attraverso il testo della canzone.

Come avviene per altra musica d’uso, i termini usati per ogni dissertazione sono astratti come la materia di cui son fatti i sogni. Per descrivere il risultato a cui si vuole tendere vengono usati avverbi ed aggettivi, evocati colori ed odori, epoche storiche e luoghi, e citati film anche poco famosi. Conveniamo che il processo sarebbe molto più snello se ci si attenesse al linguaggio universale della musica. Però ai musicisti piace assai, e da sempre, confondersi con altre discipline spirituali, e volentieri si adeguano; anzi, partecipano attivamente fornendo i propri spunti, a volte anche permeati di un qualche interesse letterario.

Durante questo processo – fin dalla prima seduta davanti ad un pianoforte – l’arrangiatore colleziona, nella propria mente e spesso anche su supporto magnetico, una serie impressionante di variazioni sul tema, di strafalcioni, di tentativi andati a vuoto, di esperimenti mal riusciti, di soluzioni improponibili, oltre ad intervalli e siparietti che vanno dalla barzelletta politically incorrect al semplice rutto.
Naturalmente tutto questo andrà disperso, perchè avviene in sede confessionale e mai sarà reso pubblico. Però è buona tradizione per gli arrangiatori conservare le registrazioni non pubblicate, che saranno chiuse in scatole da scarpe con l’etichetta “bootleg”, e messe al riparo anche dalle esplorazioni dei figli. Solo un incendio o un terremoto porterebbe alla luce la versione tango-habanera di ciò che il pubblico conosce come un twist.

Scherzi a parte, è anche possibile che il rapporto tra autore e arrangiatore si sviluppi alla luce di una passione reciproca. Dipende – come avviene anche nei rapporti tra persone normali – dalle affinità che hanno e che coltivano. Ma, nello specifico musicale, un buon rapporto può nascere da molte cose: se l’autore ha dimestichezza con i bassi rivoltati, se le sue melodie sono ricche di ritardi e abbellimenti, le modulazioni congruenti tra loro, l’arrangiatore capirà di aver a che fare con un musicista e non un praticone, e sarà ben lieto di raccogliere le indicazioni e le sfide che gli verranno presentate.
Se, dall’altro canto, l’arrangiatore ha familiarità con la lingua al punto da capire di cosa parla il testo, e un genuino interesse verso il brano, al punto da saper suggerire con una qualche umiltà delle soluzioni che valorizzino la creazione, allora apre una porta nel cuore dell’autore, che lo inviterà a restare per cena.

E insieme, nei giorni seguenti, tireranno fuori il meglio da quella e da altre canzoni.

4 thoughts on “Arrangiare bene

  1. In che misura l’arrangiamento puó salvare una pessima composizione? Puó bastare un diverso lavoro ritmico o magari tutta la migliore tecnica di sostituzioni armoniche, o ancora un buon solista a salvare la situazione? Parto dalla constatazione che Hy Burner funzionerebbe anche suonato soltanto col flauto dolce…
    A tempo perso il tuo parere sarebbe ben gradito.
    Ciao

  2. Ciao a te!
    Intanto ti ringrazio per esserti affacciato quaggiu’. Mi hai dato occasione per un post, che troverai su questo stesso blog. Ma in che guaio ti sei cacciato? Cosa ti hanno assegnato?
    Non trovo traccia di Hy Burner, chi o cos’e’? Col flauto dolce si possono suonare solo alcune note, se si sopporta la totale assenza di dinamica.

  3. Ciao Tommaso, nessun guaio per fortuna, ho solo fatto un interscambio modale sul titolo…(mia moglie è inglese, se lo viene a sapere mi caccia da casa mia…) intendevo Hay Burner di Nestico, un tema che sta “in piedi” anche se lo fischi soltanto, per il resto sono ovviamente daccordo, anche se scopro spesso degli interessanti arrangiamenti spesso anche nell’ambito rock, mi viene in mente ,senza pensarci troppo, “summertime blues” (cochran-the who), “with a little help” (beatles-cocker) o magari “crossroads” (robert johnson-cream), riascoltati di recente e contenenti quei cambi di ritmo, di armonia e spesso anche di melodia (di cui ti parlavo) che rendono le composizioni diverse pur essendo uguali ed entrambe notevolmente “centrate”.Aggiungerei anche “summertime” della Joplin, se sei d’accordo.

  4. Concordo pienamente sugli ottimi risultati da te elencati, in particolare With a Little Help From My Friends nella versione di Joe Cocker, uno di quei casi in cui la rivisitazione supera di misura l’originale.
    Quanto a Summertime, credo che per molti arrangiatori sia considerato una condanna, superato solo – per restare in area Porgy and Bess – da It Ain’t Necessarily So. Sai, quella roba che si ripete all’infinito.

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