Arrangiare un brutto pezzo

La domanda che un amico musicista mi rivolge, “In che misura l’arrangiamento può salvare una pessima composizione?”, stimola un nuovo post. Ma prima è necessario fare un chiarimento.

Nonostante i decenni di attività, sono ben lontano dal considerarmi uno Yoda dell’arrangiamento. Più mi imbatto in nuove esperienze, più mi accorgo di quanto il campo sia aperto ad esperimenti e, di conseguenza, ad errori.

Anzitutto dovremmo circoscrivere il termine pessima composizione.  Il giudizio su una musica evoca il dilemma millenario sul bello e il brutto, quindi per poter definire pessima una composizione dovremmo usare dei parametri legati alla tecnica della composizione in senso stretto. Ci sono discutibili moti paralleli, ottave nascoste, false relazioni? Faremmo dell’accademia, e quindi saremmo ben lontani dalla realtà; il pubblico, infatti, se ne infischia completamente delle regole secondo cui un pezzo è stato scritto. Lo ascolta e, se gli piace, se lo scarica da qualche sito pirata.
Nel pop esistono criteri estetici e formali molto diversi da quelli del jazz. Nel primo la ricerca dell’arrangiatore è mirata a rendere un pezzo recepibile dal grande pubblico; nel secondo vige ancora per molti la regola del famolo strano, atteggiamento in base al quale l’arrangiatore si appropria di un brano e lo dirotta verso la sua personale visione delle note e delle cose.

Tuttavia esistono margini piuttosto marcati per definire ciò che è brutto agli occhi di molti arrangiatori. È stimolante lavorare su musiche che offrano spunti di invenzione, di sviluppo dinamico, di valorizzazione del percorso della canzone, di nobili concatenazioni polifoniche. Il contrario è molto meno divertente. Cercare di rendere originali giri armonici triti e ritriti, aggiustare bassi con la tenacia di un idraulico, adoperarsi per occultare ogni traccia di plagio, sono gli incubi di un arrangiatore scrupoloso.

Negli anni ho avuto a che fare con autori ispirati ed originali, alle cui opere dare un contributo è stato un piacere ed una soddisfazione. Ma mi sono imbattuto anche in brutte canzoni: giri di DO privi di guizzi, melodie inconcludenti, autori che esigevano l’inserimento di riffs incompatibili con le stesse armonie del pezzo, e mi sono trovato anche davanti a fogli in cui la carta, inutilmente pentagrammata, era del tutto vacante di segni – a parte un buon numero di spezzabattute e una sola sigla per tutto il pezzo, La minore.

Tornando alla domanda originale, il mio amico mi chiede se su una pessima composizione sia risolutivo attuare una o più di queste strategie:

  • un diverso lavoro ritmico
  • la migliore tecnica di sostituzioni armoniche
  • un buon solista

La risposta è, per tutti e tre gli stratagemmi, “credo di no”.
Se compositivamente il pezzo fa acqua, cambiarne la natura ritmica non ne risolve i problemi strutturali o armonici. Si potrebbe creare un groove travolgente, ma vincerebbe il groove e il pezzo sarebbe scomparso.
Le sostituzioni armoniche fanno parte del mondo dell’arrangiamento jazz, nel pop sarebbe sempre meglio lasciarle fare all’autore, o comunque procedere con estrema prudenza. Nella mia personale opinione, le sostituzioni armoniche in qualunque caso fanno parte di un processo compositivo, e l’arrangiamento deve innanzitutto rispettare le idee iniziali di un autore.
Un grande solista può risolvere solo una frazione del pezzo, che nel jazz può essere anche significativa ma nel pop si esaurisce in una manciata di battute. E poi, dopotutto, anche i solisti sono esseri umani e potrebbero non trovare alcuna chiave risolutiva per un pezzo che nasce senza speranze.

In certi casi è forse meglio aggrapparsi saldamente a quel che c’è. Se si tratta di una canzone con un bel testo, siamo salvi al 60%. Se è una musica strumentale, tentare il tutto per tutto. Del resto, arrangiare non è necessariamente una passeggiata di salute.

Potendo scegliere, direi che – almeno quando si tratta di jazz – meglio sarebbe scriversi il proprio, di brutto pezzo. L’ho fatto decine di volte e alla fine mi sono perfino divertito a cambiarlo in qualcosa di ancor peggiore.

Circa l’approccio che ciascuno ha con una musica da cui vorrebbe trarre il meglio, mi viene in mente l’episodio in cui il mio maestro di composizione mi chiese “ma poi che cos’è questo blues da cui deriva il jazz?”. Gli feci un esempio con le classiche dodici battute e un numero ristretto di accordi, senza neppure la caduta al sesto grado, per dire. L’uomo, che era uso scrivere invenzioni e fughe per organo e doppio coro, rimase in silenzio per un po’ poi mi fissò. “…e finisce così? Manca la fine del periodo” disse, aspettandosi evidentemente una struttura in sedici battute. “Maestro, è così” mi difesi. E lui, preparando la pila immensa di compiti che avrei dovuto fare nei giorni seguenti, aggiunse “Tutta quella musica che riuscite a fare, con dodici battute di cadenze plagali. Non me lo spiego. Mi telefoni quando ha finito questi trentadue temi. Buonasera.”

10 thoughts on “Arrangiare un brutto pezzo

    • In effetti quando vidi Star Wars mi sembrava di riconoscere proprio il mio maestro. Anche lui portava una cappa quando usciva di casa, lo so perche’ una volta lo beccai in via del Corso che salmodiava cose evidentemente facenti parte di qualche sua complessa polifonia.

  1. Egregio Maestro,
    parlando di musica leggera, mi chiedo (da tempo):
    dove finisce il lavoro dell’arrangiatore e comincia quello del produttore?
    il produttore è anche arrangiatore? (secondo me, si)
    un arrangiamento così così, può essere salvato da un’ottima produzione?

    Con stima

    • Ecco, gia’ circoscrivere alla musica leggera puo’ aiutare a non sbrodolare il discorso.
      Pero’ non sono d’accordo, il lavoro del produttore e quello dell’arrangiatore in senso stretto non si somigliano neppure.
      Il produttore deve saper creare il cast necessario al raggiungimento di un risultato, con criteri di scelta che insindacabilmente attua. Questo e’ gia’ un compito piuttosto arduo e sarebbe cosa giusta che il produttore si concentrasse su questi aspetti anziche’ scantonare in compiti nei quali non e’, in genere, pienamente qualificato.
      L’arrangiatore e’ parte del cast messo insieme dal produttore, non un antagonista o un rivale.
      Se il produttore cerca di subentrare all’arrangiatore per salvare un cattivo arrangiamento, sta cercando di rimediare ad un proprio errore, perche’ la scelta dell’arrangiatore ed il suo briefing dovrebbero essere compiti del produttore.

      Forse l’equivoco nasce dalla definizione stessa di “produttore”, che da un paio di decenni si configura con personaggi che vanno dal deejay al promoter al sound engineer, figure professionali degne di ogni rispetto ma che raramente dispongono dell’expertise specifica per gestire la musica in senso verticale ed orizzontale, come si richiede ad ogni onesto arrangiatore.

      Un arrangiamento “cosi’ cosi’” andrebbe buttato, ma chi ha denaro da spendere in una certosina postproduzione di solito acchiappa un pro tools e tenta il tutto per tutto, dal rituale copiaincolla delle tre battute e mezza che sono state suonate decentemente, alla sincronizzazione di elementi sintetici, a tutto il resto che sappiamo…

      Oddio, ho scritto un commento lungo quanto un post.

    • Essendo un compositore e arrangiatore, posso dirti che l’arrangiatore appena il compositore ha scritto il suo brano, e trovando un accordo tra i due, il lavoro dell’arrangiatore è molto complesso, in quanto deve soddisfare le esigenze del compositore prima, e scrivere le parti per ogni strumento musicale che si vuole adoperare nel brano, per questo motivo gli arrangiamenti costano cifre esorbitanti, non perché si vogliono intascare quelle cifre, ma perché devono collaborare con orchestre sinfoniche che costano più di mille euro al giorno per la prestazione (mi sono tenuto basso con il costo) mentre il produttore invece è quello che una volta pronto il prodotto, te lo pubblica per la vendita. Dopo che arrangiatore e produttore possono essere la stessa persona, non significa stessa cosa, per meglio dire lo stesso identico lavoro, uno ne fa uno, l’altro ne fa un altro.

  2. Leggendo il post e successivi commenti non posso fare a meno di chiedermi: ma perché mai un musicista dovrebbe immolarsi ad arrangiare un brutto pezzo? E peggio: perché un produttore dovrebbe cercare di rimediare ad un brutto pezzo con un brutto arrangiamento?
    L’unica risposta che mi sovviene è: denaro. Scopo nobilissimo, intendiamoci, l’arte sempre e solo per l’arte è un lusso per ereditieri o per dilettanti.
    Ma se le cose stanno così, tanto varrebbe adottare uno spregiudicato “à Ià la guerre comme à la guerre”: serve una nuova base ritimica? Pronti. Una spruzzatina di accordi? Oplà! Un velo di suoni modaioli? Ce l’ho.
    L’industria letteraria è popolata di scrittori degnissimi che nel completo anonimato lavorano come ghostwriter per scalzacani dal grosso seguito commerciale.
    Certamente non si fanno troppi problemi a rispettare “l’identità artistica” del committente. Allo stesso modo, se ‘riscrivendo’ una canzone si può arrivare ad un risultato perlomeno decente, perché tante remore?

    • Osservazioni giuste. Questo blog e’ generalmente frequentato da musicisti professionisti e dunque il movente che abbiamo dato per scontato e’ proprio il dovere. Se quando si lavora ad un pezzo non si arriva ad un risultato, non vi sara’ compenso e anzi ci si fara’ una cattiva fama di inconcludenza o incapacita’.
      Quanto all’arte riservata a ereditieri e dilettanti, dissento vigorosamente: i cassetti sono stati inventati per gli artisti che trovano il tempo – tra una prestazione mercenaria e l’altra – di scrivere qualcosa che piace a loro stessi.
      Il paragone con l’industria letteraria e’ calzante, mi chiedo spesso – in particolare nelle librerie degli aeroporti – dove trovino il tempo tutti quei conduttori televisi, attori, ministri, per scrivere tomi di 600 pagine ogni anno. E’ gente che praticamente vive in televisione e che poi avrebbe anche qualche compito da sbrigare.
      E mi viene sempre in mente Stefano D’Arrigo e i 25 anni che ha impiegato per scrivere Horcynus Orca.

    • Pienamente d’accordo, difatti neanche una settimana fa ho litigato con un’amica proprio a riguardo del fatto che lei diceva che un tipo di musica è orecchiabile quando è solo rumore, e questo qualunque musicista, anche gli stessi che fanno proprio quel tipo di musiche, se non fosse per il fatto che c’è un giro economico le direbbe che se potessero fare altri generi li farebbero volentieri, per esempio basta vedere la scena di blues brothers 2 che c’era la regina che imponeva loro di suonare un ritmo che loro detestavano, e Dan Akroyd che protesta, fino a che quella non li ipnotizza tutti facendo suonare loro quello che lei voleva. Questa è la dimostrazione di quanto purtroppo anche musicisti famosi sono costretti purtroppo a causa della gente che piace un genere solo rumoroso, non la musica quella vera, a fare musiche che purtroppo detestano. Questa mia amica è partita con offese pesanti credendo di parlare con un pinco pallino qualunque, non con uno che suona diversi strumenti musicali da più di 20 anni. Forse ne capisce un po’ di più uno che suona uno strumento che uno che ascolta solo di musica. E’ come se io che non so come si recita in un film, vado a dire all’attore che non si recita così, Io non sapendo un tubo di recita, non posso venire a dire a te che reciti da anni che non sai fare, applaudisco e basta, dopo che l’interpretazione mi possa essere piaciuta o meno è altro discorso, ma mai mi permetterei di dire a uno che fa un determinato tipo di lavoro di cui non so neppure dove sta di casa, come deve svolgere il suo lavoro. Sono andato fuori tema, ma almeno ne è valsa la pena

  3. A proposito di arrangiamenti, ho chiesto ad un laboratorio musicale di creare delle basi musicali da diffondere in sottofondo durante il nostro banchetto di nozze: sono veramente contento del risultato perchè si è creata l’atmosfera perfetta grazie alla musica e non ho dovuto nemmeno pagare la SIAE perchè ho acquisito la licenza delle basi musicali.

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