Il giorno della moviola – 1

 

In una giornata estiva dei primi anni ’80, il musicista si catapulta fuori dalla porta del tabaccaio con un blocco per appunti sottobraccio e due pacchetti di sigarette nel taschino. Pochi metri più in là attraversa, quasi senza aprirla, una porta di spesso vetro e – seguendo un forte odore di caffè nel corridoio – punta verso una stanza appena illuminata da una lampada snodabile.

Qui un signore armeggia con delle vecchie imposte in legno, cercando di eliminare delle lame di luce che proiettano orrende strisce su quello che sarà lo strumento di lavoro per l’intera giornata, ossia una vecchia moviola Prevost a tre piatti. Il signore si volta e dà il benvenuto al compositore, indicando col mento una sedia di fronte alla macchina. Il musicista rimuove dalla sedia un vassoio di plastica con tre tazzine vuote, un bicchier d’acqua ormai tiepida, un cornetto sbocconcellato malvolentieri, e si siede.

Il signore che lo ha accolto smette di maledire gli infissi e prende posto davanti alla moviola afferrando saldamente la leva che la aziona, come un timoniere che si prepara ad attraversare una burrasca.
Quel signore è il regista, ha lavorato a quella pellicola per mesi prima di decidersi a convocare il compositore e affidargli, in un impeto di fiducia, il compito di aggiungere qualcosa di invisibile a ciò che per eccellenza deve essere visibile, cioè dare una musica al film.

Parte la moviola. Ignoriamo ciò che si vede e si sente, tanto per la nostra storia non fa differenza: potrebbe essere un capolavoro destinato a fare del regista un caposcuola, oppure un truce sottoprodotto destinato ad un pubblico altrettanto truce.

Periodicamente il regista fermerà la macchina; il tipico lungometraggio è composto da dodici pizze e ogni volta riavvolgerà tutti i rulli, le bobine con le immagini e l’audio, e chiamerà un assistente a cambiarli e sincronizzarli tra loro.

È durante quelle pause che il compositore apprende, e annota, i momenti del film in cui il regista sente la necessità di una musica. Ne annota il carattere, il ritmo del montaggio, la durata, quest’ultima ottenuta consultando complicate tabelle che trasformano i metri di pellicola in minuti e secondi: siamo negli anni ’80, e ancora per qualche anno comanderanno contametri e cronometri.

Ciò che vale ancora oggi – in un tempo in cui si ragiona in termini di time code e si produce musica sovrapponendo strati di suoni prodotti da musicisti che non si sono mai neppure incontrati tra loro – è un assunto fondamentale: il musicista, nell’affrontare la scrittura di una colonna sonora, deve essere cinefilo prima ancora che compositore. E deve accantonare le proprie vanità di autore per mettere al servizio del film una sensibilità particolarmente dedicata a questa forma d’arte che di musica si nutre, e che alla musica può restituire molto.

(1-continua)

2 thoughts on “Il giorno della moviola – 1

  1. Esiste dunque ancora un regista, e addirittura della musica composta ed eseguita da esseri umani…se esistesse ancora l’UM, farebbero i salti di gioia!!!

    • Va detto che l’ “UM”, per chi chiama da fuori Roma, era (o forse e’ ancora) l’ “Unione Musicisti”, o “sindacato”. In realta’ una oligarchia in cui era difficilissimo entrare, che coordinava la presenza di strumentisti ai turni di registrazione. Ennio Morricone, per dirne uno a caso, lavorava sempre con loro.
      La UM alzo’ le tariffe di parecchio nel momento sbagliato, cioe’ poco prima che arrivassero sul mercato i sintetizzatori, e questo spiega la bruttezza di molte colonne sonore di quel periodo.
      Ci ritorneremo, grazie Claudio per questo spunto.

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