Infinite Indecisioni

La pagina tragicamente bianca, che affronto ogni volta che decido di nutrire questo blog, non è neppure paragonabile per disagio a quella pentagrammata, e altrettanto bianca, che osservo a lungo quando mi accingo a scrivere un arrangiamento.

Scrivere musica propria è una cosa, si può essere proficuamente eclettici, farsi trascinare dalla propria creatività, cullarsi negli umori del momento, e si è perfino padroni di comporre un orrore, giacchè se ne risponde solo a se stessi. Non che il percorso compositivo sia privo di scelte faticose, certamente; ogni nota viene soppesata, spostata qua e là di altezza, sostituita, allungata, abbreviata, tutto in funzione di una idea iniziale e del suo sviluppo, che avviene all’interno di un mare di regole e che deve aderire ad un dato stile – tipicamente, il proprio.

Ben diverso è l’affrontare un brano di cui si conoscono tutt’al più armonia e melodia e, per ben che vada, il testo, sempre che quest’ ultimo non sia inficiato da licenze poetiche ed ermetismi adottati solo per facilitare rima e metrica.

Il brano inedito da arrangiare si presenta già delimitato in molti aspetti: la struttura, la tonalità, il genere, spesso perfino il budget per la registrazione. Se la fortuna ci ha baciati, ci saranno almeno sei o più diversi accordi lungo tutta la canzone; altrimenti dovremo considerare l’ipotesi di suggerire qualche accordo di passaggio, o insinuare una settima qua e là e attendere la reazione dell’autore. Solo in casi davvero felici, si può contare su appunti che contengano una linea di bassi già rivoltati, una modulazione, e magari un’ idea di ritmica.

Il resto tocca all’arrangiatore, che deve immaginare nell’ordine:

lo Stile (rock, bossa, funky, country, neo-melodico, festivaliero, progressive, ecc.)
il Carattere (intimista, trionfale, disperato, ironico, simpaticamente cialtrone, ecc.)
l’Organico (chitarroni, quartetto d’archi , orchestra sinfonica, pila di campionatori, ecc.)

Su questi punti è sempre auspicabile che l’autore abbia fornito qualche indicazione di massima, ed è dovere dell’arrangiatore capire se i termini usati dall’autore aderiscano all’idea generale che gli stessi termini vogliono evocare. Per esempio, dopo una richiesta di arrangiamento dadaista mi capitò di osservare l’autore che, fissandomi con convinzione, tentava di riprodurre il rumore degli stantuffi di un treno a vapore; e capii, per fortuna in tempo, che si volevano in realtà scimmiottare i Kraftwerk.

Chiariti questi punti, la pagina col pentagramma è ancora vuota. Si fa notte, e l’arrangiatore continua a temperare la stessa matita fino a frantumarla.

Sarà il caso di far fare uno stop alla ritmica qui? No, banale. Però, anzi, caratterizza.
Il ritmo del testo suggerisce un rullante rockabilly, però se lo uso mi vien fuori un twist.
Il basso lo metto tutto in battere sulle fondamentali, come farebbe Casadei? Oppure lo scrivo in levare? No, sembra un reggae dei poveri. La chitarra come la chiede lui è troppo densa: è abituato alla versione chitarra e voce, devo sfoltirla; oltretutto nel passaggio dall’acustica all’elettrica diventerebbe davvero ingombrante.
Ci vuole una frase strumentale di collegamento tra la strofa e l’inciso, c’è un vuoto troppo lungo e una modulazione un pò innaturale. Qualcosa che diventi parte dalla canzone stessa. Ecco, aggiungendo un accordo di passaggio e aiutando melodicamente tutto si amalgama meglio.

Bene, ora la ritmica è abbastanza a posto, vediamo cosa si può fare con l’orchestrazione.

Dunque col budget a disposizione oltre alla ritmica possiamo usare dieci archi veri, e tre fiati. Il resto saranno tastiere.
Il pezzo è fortemente drammatico, intriso di accordi minori e una ritmica piuttosto incalzante: se lo assecondo con gli archi sembrerà la colonna sonora di un film con Bruce Willis. Meglio cercare altre vie. Una linea di contrappunto lo renderà, se non più dolce, più dubbioso. Aprirà insomma spazio a percezioni meno manichee.
La frase di passaggio pensata prima, quella, può funzionare con i fiati, che richiamano attenzione. La togliamo alla chitarra e la diamo ai fiati. E ora? La armonizzo o la lascio così? A proposito, quali fiati? Tromba tenore trombone? Eh no, mica è un lavoro per la Motown, questo. Flauto oboe clarinetto? E chi li sentirà mai in mezzo a batteria basso e chitarroni?
E se invece dei fiati usassi un bouzouki? Oppure il cymbalum? E chi lo suona, il cymbalum?

Mentre fruga in una cartella dove spera di rinvenire un puzzolente biglietto dove è annotato il numero di telefono di un gitano che suonava il cymbalum anni prima, l’arrangiatore si accorge che fuori, nel mondo reale, già garriscono le rondini. È passata la notte, e alle nove deve trovarsi in uno studio per registrare con una cantante, quella che scrive canzoni sui suoi cagnolini.

D’improvviso la cortina di indecisioni si squarcia e lascia il posto ad una unica, indifferibile certezza: il caffè.



6 thoughts on “Infinite Indecisioni

  1. La prima di molte considerazioni che mi ronzano in testa è sulla musica per il cinema, oggi.
    Piccioni, Umiliani, Trovajoli, Nicolai, Reverberi, De Angelis, Franco Godi, ecc.
    Sicuramente ci saranno in giro talenti paragonabili a alcuni di quelli che ho citato sopra, ma nessuno che veramente entri nell’immaginario pop come, chessò, un “Mah Nà Mah Nà” di Umiliani, o “Samba fortuna” di Piccioni, per dirne un paio.
    Come mai secondo te le produzione recente per il cinema è così anemica?
    Credo sia un fenomeno non solo italiano, se penso alle colonne sonore che negli ultimi anni mi hanno colpito da semplice frequentatore di cinema, uscendo in qualche modo dalla collocazione “perfetta” nel film, sono pochissimi i casi.
    Mi sembra che si tenda moltissimo ad affidare la suggestioni a temi e canzoni edite (Quentin tarantino ha fatto scuola). Ma perché, proprio adesso che i mezzi di produzione sono sempre più alla portata, dico. Non credo che sia solo una questione di costi. Che dici?

    • Il tuo commento stuzzica un post a se’, che avevo in canna ma ero un po’ riluttante a scrivere perche’ porterebbe a delle lamentazioni, cose che qui in America mi hanno insegnato ad evitare con cautela.
      La tendenza che tu descrivi e’ in parte figlia di una necessita’, per molti registi, di imbrigliare la musica per film in un ruolo totalmente funzionale al film stesso. Oggi le colonne sonore (quelle composte appositamente per un film) si dividono in due distinte categorie:
      1) quella industriale, alla Hans Zimmer, che presenta roboanti sinfonie che non lasciano traccia di se’ alla fine del film, e sembrano tutte uguali perche’ gli orchestratori che lavorano a Los Angeles sono in tutto una ventina;
      2) quella “autoriale”, che da’ vita a musiche discrete, riservate, di basso disturbo.
      In Italia, a parte le dovute eccezioni, c’e’ solo questa seconda.

      Non mi sorprende, considerato che alla musica va l’1,4% degli incassi e che non esiste editore che, una volta capito che si puo’ fare una colonna sonora a casa con il Mac, sia disposto ad accollarsi i costi di una musica come si faceva una volta.

      Quanto alle musiche preesistenti, troverai nella sezione dedicata al cinema una risposta ad un commento che parlava proprio di questo:
      http://tommasovittorini.com/wordpress/2012/07/07/lanima-invisibile-del-film/#comment-27

  2. Credo che il senso estetico italiano si adatti pochissimo a roba alla Hans Zimmer, roboante e priva di ironia.
    Gli americani a tutta quella pompa ci possono pure credere, noi per fortuna no davvero.
    La mia impressione è che sia la stessa produzione cinematografica ad essere molto più anemica, si rischia meno, ovvero il pubblico premia chi rischia meno.
    Se uno dei sopracitati autori scrivesse per uno qualsiasi dei film italiani in sala oggi (non so cosa ci sia, accetto il rischio), la qualità della musica sovrasterebbe il film, e non di poco.

    Ora, non posso credere che il talento sparisca del tutto due-tre generazioni dopo quei maestri lì. Forse invece ci sono ambiti che storicamente a un certo punto per qualche motivo non permettono più al talento di esprimersi.
    Tipo Sanremo, per dirne una, o più in genere la musica in TV adesso. Vedi filmati musicali d’epoca (anni ’50 ’60 ’70) traboccanti di talento compositivo, tecnico, emotivo. Ascolti la musica leggera anni trenta e strabili.

    • Tu dici “la qualità della musica sovrasterebbe il film, e non di poco”…
      E’ uno dei problemi focali nel rapporto tra musica e film, andrebbe discusso nelle pagine dedicate alle colonne sonore.

      Quando ero ragazzino, ricordo che si parlava malissimo di Toto’, di Studio Uno, di Sanremo, si descrivevano i vari Trovajoli e Umiliani come dei malfattori al servizio di un pessimo cinema di cassetta.
      Oggi si va in rete a cercare scampoli di quell’epoca su Youtube, e li si condivide con altri.|
      Le generazioni che ci hanno seguito rivalutano gli anni ’80, e ascoltano “I’ve Got The Power” o Philip Glass indifferentemente,

      Delle due l’una:
      a) La diffidenza ci porta a disprezzare tutto cio’ che viene fatto dai nostri contemporanei, oppure:
      b) Al peggio non c’e’ mai limite, e la cosa ci porta a riconsiderare giudizi espressi in passato.

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