La Beffa dei Russi a Gershwin

Grazie ad una delle tante piattaforme digitali disponibili, mi sono dedicato recentemente ad una attività che in altri tempi storici era riservata ai pochi plutocrati in grado di acquistare due album con gli stessi brani, suonati da persone differenti: il confronto tra versioni.

Non mi riferisco al confronto tra originale e cover di successi del pop, né a versioni diverse di uno standard del jazz; ma ad esecuzioni differenti di partiture sinfoniche, e il gioco somiglia un po’ alla caccia alle differenze della Settimana Enigmistica.

Dopo aver traccheggiato su tre versioni della Sagra della Primavera di Stravinsky (il brano che più mi lascia inerme a riflettere sul senso delle vita), la mia attenzione è stata catturata da una versione del Concerto in FA di Gershwin, nell’esecuzione di una orchestra russa. C’era qualcosa di molto diverso, in quella esecuzione. L’ho allora confrontata con ben tre versioni di orchestre americane, e mi si è schiuso uno spiraglio nella comprensione del fenomeno musicale in senso più ampio.

Liquidiamo in breve la questione degli americani che, come son soliti fare, suonano Gershwin con una leggerezza ed una naturalezza tali da far sembrare la complessa partitura praticabile per qualunque pianista. Quella stessa noncuranza nella voce di Sinatra che canta della morte imminente come se stesse sotto la doccia, quella stessa partecipazione con cui Tony Bennett duetta sulle note di Non è facile essere verdi insieme a Kermit, la rana dei Muppet.

Gershwin era di origine ucraina, e qualcosa del lirismo che contraddistinue la musica russa era evidentemente radicato in lui e nella sua musica, malgrado l’infanzia a Brooklyn e il successo nato a New York, quella città a cui tutti gli americani attribuiscono un carattere beffardo e cinico. Se nelle esecuzioni del repertorio sinfonico di Gershwin l’effetto trionfale non manca mai, al contrario il lirismo viene a volte sacrificato in favore del virtuosismo. Le arie, i voli melodici, vengono trasformati in dei cantabile apprezzati per la loro orecchiabilità, ma raramente resi intensi al massimo delle potenzialità.

Ci volevano dei russi per farlo.

I russi aprono il Concerto in FA ad un tempo sensibilmente lento rispetto alle indicazioni dell’Autore. Già questo obbliga il mio orecchio ad una maggiore attenzione: cosa stanno cercando di fare?
Via via, attraverso i tre movimenti del concerto, si snodano teorie interpretative inedite, espresse con caparbietà.
Le percussioni, scritte per raccontare di orchestrine, evocano invece sterminati campi di battaglia percorsi dalla fanteria dello Zar intenta a contrastrare il Bonaparte.
Certe splendide frasi dei celli, nelle esecuzioni americane neppure percettibili, vengono qui portate in primo piano in tutto il proprio spessore lirico con l’uso di un generoso vibrato, e ci mostrano tristi dacie immerse in boschi d’alto fusto, dal cui comignolo si annuncia la zuppa di cavoli.
Nel II Tempo un tema – forse ispirato dall’operoso traffico di auto nel centro di Manhattan – tratteggia con efficacia gli stantuffi della Transiberiana che festosamente porta tonnellate di acciaio attraverso campagne innevate.
Vi sono volate di archi che si trasformano – da fugaci occhiate ai grattacieli di New York – in visioni di migliaia di Cosacchi lanciati al galoppo nelle steppe per tornare tra le braccia delle loro amate, alla fine di una guerra.
E vi sono contrappunti tra i legni che dipingono umide radure dove le cornacchie grigie, migrando dagli Urali verso il Nordovest, si fermano a gustare frutti di bosco.

Fin qui tutto bene. Chissà se questi ricordi vivevano in Gershwin dai racconti ascoltati da bimbo, trovando vita in musica una volta affidati a mani intrise di Prokofiev, Tsaikovsky o Balakirev.

Ma ci sono anche rischi, nella reinterpretazione. Contrapposto a tanto generoso uso dell’espressione, il pianoforte rischia di sembrare meccanico, rigido. Per esempio, l’attacco del piano non fa pensare affatto a Rachmaninov, bensì ad un accordatore che verifica il buon funzionamento degli smorzi. Recupererà durante l’esecuzione, ma il contrasto con il pathos dell’orchestra è evidente. La parte più celebre del Concerto, il III Tempo, viene affrontata ad un tempo particolarmente lento, col risultato che l’interagire tra orchestra e il solista rammenta una danza di Curdi, che però si fanno immaginare attempati ed obesi.

E infine, un interessante ribaltamento interpretativo: nel III Tempo c’è un colpo di gong che precede il finale, che gli americani solitamente suonano con una tale violenza da far pensare che il gong sia stato percosso con una capocciata. Nell’esecuzione dei russi invece è titubante, sembra urtato da un gomito maldestro; ma il finale che ne segue si manifesta come un tuono prolungato, terrificante, come se sopra la cattedrale di San Basilio in fiamme apparisse, immenso e apocalittico, lo spettro di Rasputin.

Un ascolto che mi ha indotto nuove considerazioni su ciò che in una partitura può restare impresso come DNA, e rimanere sopito finché qualcuno, forse anche in totale incoscienza, non lo riporta alla luce.

Per chi volesse avventurarsi, la versione è della Russian National Orchestra – Piano: Ingrid Jacoby – Maestro Direttore: Dmitry Liss. Il confronto è possibile ascoltando la versione della Aalborg Symphony.

4 thoughts on “La Beffa dei Russi a Gershwin

  1. Vabé, senti, se tu continui a scrivere queste note, io direi che vendo calcolatore e tutto e m’informo su come s’apre un agriturismo nel Kentucky di sotto. Ammiratissimo e, più che altro, invidioso della tua dottrina

    • Curioso che tu menzioni il Kentucky. Hanno dei modi di dire che ricordano molto i processi semantici dei russi. Per esempio, mi disse un meccanico quando grippai la macchina nei pressi di Lexington, KY:
      “If I’d say that your car is gonna be fixed by tomorrow, I’d be lying to ya”.
      Tolstoiani, dev’essere per via della neve alta d’inverno.

  2. (quello che sbalordisce, oltre l’ovvia e sterminata competenza musicale e musicologica, è la velocità delle tue connessioni. Ragioni intertestuale e ipertestuale, devi avere il cervello pieno di algoritmi arcani, santa la polenta)

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